“La Carvunera”, alla scoperta di un mondo quasi perduto.

Nel giorno dell’Epifania il carbone è il protagonista di questa storia.
Oggi lo usiamo quando facciamo una grigliata all’aperto, per alimentare il fuoco, ma nel passato il carbone era sicuramente la fonte di energia principale, serviva per alimentare le cucine, per riscaldare le case, per mandare avanti le fabbriche, poteva considerarsi il motore dell’archeologia industriale, simbolo di fatica e riscatto.
Laddove non esistevano delle miniere di carbone, l’uomo ha pensato bene di costruire delle carbonaie, vere e proprie fabbriche all’aperto che trasformano il legno in carbone. 
Oggi vi sono delle fabbriche che producono carbone a cielo aperto, nei cantieri, tuttavia questa è un’arte antichissima che nasce addirittura dai Fenici.
Tutto ci si aspetta di fare nei primi giorni del mese di agosto, meno quello di imbattersi in una carvunera
Quello del carvunaro è un mestiere di quelli che non si sono persi nel tempo grazie ai bisnonni che hanno tramandato la tradizione ai nonni, poi agli zii, per arrivare ai nipoti, ai figli dei nipoti, fino a giungere alle nuove generazioni. Un salto di secoli, di mani, di impegno fisico e di dedizione. Un mestiere tramandato di generazione in generazione che richiede una maestria ed una fatica fuori dal comune.
A portarci dentro questa nuova esperienza è Enzo, un caro amico, un ragazzo dedito al lavoro della propria terra e soprattutto orgoglioso delle proprie tradizioni. Siamo a Guardavalle, un Comune in provincia di Catanzaro che si estende per oltre 60Km ed ha come caratteristica quella di passare da un’altitudine di 0m s.l.m., con la sua ampia e bellissima costa con due marine, ad una di 1100m, dove si trovano vaste superfici forestate a leccio, faggio, querce, abete e castagno; uno dei  patrimoni forestali più importanti del territorio calabrese, il Parco Naturale Regionale delle Serre, con diverse zone speciali protette per la conservazione dei boschi.

Precisamente ci troviamo nella località Cardellino, ed accompagnamo Enzo ad occuparsi de “la carvunera”, come la chiamano in dialetto, covoni di legna accatastata che permettono la completa disidratazione e la piena cottura del legno che porterà alla carbonizzazione; lui è un ragazzo di poco più di trent’anni e fa parte delle nuove generazioni a cui è stato tramandato il mestiere del carvunaro dal nonno Vincenzo e dai suoi figli, gli zii di Enzo, che lo fanno da oltre settant’anni, tanto da lasciare nella memoria di tutti i familiari ricordi “sin da quando si era piccoli”. 
Ci avviciniamo e scorgiamo questa montagna fatta da pezzi di legna della stessa lunghezza, più grossi al centro e più sottili verso l’esterno.

La costruzione della carvunera comincia da sotto e prosegue fino a sopra, si mette la legna in modo da creare un primo strato, poi un secondo e così via. Ovviamente più è grande la struttura di partenza e più è grande la carvunera finale, che assume la forma geometrica dello “scarazzo”, una perfetta cupola a base circolare che può superare anche i sei metri di altezza.

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Due o tre carvunari coprono la montagnola con terriccio composto da terra, acqua e paglia, per poi compattare il tutto con violenti colpi di pala, che continuano ogni tanto, durante la produzione del carbone, e come dice Enzo con un sorriso: “Ogni tanto va presa a botte perché si compatti bene

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Continua Enzo con il racconto: 
Una volta arrivati in cima si fa in modo tale che rimanga un buco che viene utilizzato per darle da mangiarebisogna salire con una scala che viene appoggiata alla montagnola, scoperchiare il piccolo vulcano, chiuso in sommità da un pezzo di lamiera, ed inserire pezzettini di legna. Va poi bucata qua e là con un bastone appuntito come una spada in modo tale che i buchi creati servano per far cuocere meglio il carbone ed anche più velocemente.

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La grandezza della carvunera determina i tempi di preparazione del carbone che vanno dai quattro giorni fino anche a più di una settimana, fino a dieci/quindici giorni addirittura

Enzo ci spiega che quello che vediamo è considerata una carvunera medio-piccola e che il carbone necessita di sei/sette giorni per essere pronto.

Bisogna accudirla come una figlia” – continua Enzo – “Il lavoro è molto lungo, i carvunari possono arrivare a lavorare dalle cinque del mattino fino alla notte inoltrata; si tratta di diversi giorni di lavoro in cui, i primi quattro ci si occupa di “darle da mangiare” ogni 3/4 ore, e poi ogni giorno si deve controllare la cottura, cioè, nello specifico, che non si formino dei buchi che facciano disperdere il calore che si forma all’interno, anche durante la notte, e per sincerarsi che non si siano generati dei fori dai quali possa prendere fuoco, che, a causa del vento, possono provocare  un principio di incendio poiché, se la legna si infiamma, va in fumo tutto il lavoro di mesi”.

La domanda che sorge su come ci si renda conto che il carbone sia pronto è presto chiarita da Enzo, il quale ci spiega che ci sono dei buchi fatti da chi “costruisce” la carvunera che danno la risposta una volta che il fumo ne esce attraverso.

Una volta pronto il carbone, tutta la terra viene tolta piano piano con il rastrello e quello che è considerato “buono” si mette da una parte; invece la “marraccia” o “marruni”, cioè il carbone cotto a metà o non ancora del tutto pronto perché non si è bruciato correttamente, viene messo da un’altra parte perché non va bene per essere poi utilizzato ed, in questo caso, venduto. Da una carvunera di queste dimensione, circa 10m di circonferenza, possono uscire anche 10-15 quintali di carbone

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La carvunera ora ha le sembianze di un piccolo vulcano che erutta scintille e fumo azzurro dal cratere e dai fori delle pareti, anzi quello è vapore, che se lo respiri non ti fa male, come ci spiega Enzo, e solo quando diventa bianco vuol dire che il carbone è cotto al punto giusto e si può estrarre.

Prima che scompaiano del tutto i carvunari devono essere protetti, valorizzati per quello che fanno e che sono: il simbolo della Calabria che lavora con passione e che resiste.

“S’incontra una foresta folta e bruna
si fabbrica una cella per demorio
si fabbrica di legno terra e sassi
sembrava il ricovero dei tassi
la porta fan di rami e di altri assi
il letto ancor di ramo del più fino
polenda e cacio si doventa grassi
per risparmiar se ne mangia anco pochino
si dorme duro sotto quelle zolle
co’ i’ ccapo ‘n tera come le cipolle
(musicale)
il sangue nel mio cuore ancor mi bolle
star sette mesi e non mi spoglio mai
e tengo il foco acceso là in foresta
anda’ e veni’ che sembra un viavai”

(Tratto da Il Canto del Carbonaro , Collettivo Folcloristico Montano, citato anche nel Dizionario delle cose perdute, di Francesco Guccini).

Fonte: http://www.diatomea.net/speciale-dossier/la-carvunera-alla-scoperta-di-un-mondo-quasi-perduto/

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