Ora si attendono le motivazioni

Bocche cucite fra gli amministratori, probabile ricorso al TAR

Il giorno dopo il decreto di scioglimento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose, c’è un po’ di sorpresa e incredulità nella popolazione del centro del Basso Jonio Soveratese. Un’incredulità che si registra soprattutto fra gli amministratori, che non si aspettavano di certo un provvedimento simile. D’altronde la commissione d’accesso nominata dal prefetto di Catanzaro, Maria Teresa Cucinotta, composta dal viceprefetto Luigi Guerrieri, dal capitano della Compagnia dei carabinieri di Soverato, Luigi Cipriano, e dal capitano della guardia di finanza Gasparino La Rosa, insediatasi il 26 settembre scorso, aveva terminato i lavori 1123 gennaio, senza neppure giovarsi della possibilità di prorogare le investigazioni al municipio. Ciò era stato interpretato come un buon segnale da parte degli amministratori. Ma, evidentemente, così non è stato. Bocche cucite, ieri tra i consiglieri comunali. Quelli di maggioranza si rifanno alle dichiarazioni del sindaco Giuseppe Ussia (Partito democratico), quelli di minoranza attendono che siano pubblicate le motivazioni che hanno indotto il consiglio dei ministri, il secondo dell’era Draghi, a prendere questa decisione così importante. In ogni caso, proprio dalle parole di Ussia («Ribadiamo che nulla sarà lasciato di intentato allo scopo di difendere l’onorabilità delle persone e dell’Ente») si intuisce che intenzione della maggioranza sarà quella di ricorrere al Tribunale Amministrativo Regionale e, se servirà, al Consiglio di Stato, qualora, si riterrà, sussistano le condizioni. Inevitabilmente, il ricordo dei cittadini di Guardavalle va al novembre 2003, allorquando sindaco a guida di un’amministrazione di centrodestra era Antonio Purri (attuale consigliere di minoranza in quota Udc): anche allora il Comune, per la prima volta nella sua storia, è stato sciolto per infiltrazioni mafiose; e a nulla valsero i tentativi di opporsi alla decisione del governo, all’epoca furono difatti respinti i ricorsi sia al Tar sia al Consiglio di Stato. E dire che tutta la vicenda è iniziata con il servizio della trasmissione “satirica” Striscia la notizia, che rilevò come davanti al municipio si ergesse la statua di Sant’Agazio frutto di una donazione dei parenti dei Gellace, ritenuto un potente clan di `ndrangheta dell’area. Dopo quel servizio, si sollevò un polverone mediatico che portò quasi immediatamente alla rimozione della statua, su votazione unanime del consiglio comunale ma soprattutto su intimazione del prefetto di Catanzaro. Tuttavia, già all’epoca il primo cittadino aveva respinto ogni ipotesi di infiltrazione mafiosa nell’ambito dell’operato della sua amministrazione, difendendo a spada tratta la sua maggioranza e la reputazione del suo Comune. Come ha ribadito due giorni fa: «Ci rifiutiamo di credere che il nostro consiglio comunale, e suo tramite tutto il nostro paese, venga, ancora una volta, qualificato secondo una logica lontana dalla nostra concezione dell’azione politico-amministrativa».

Fonte: Il Quotidiano del Sud – Mario Macrì

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